Quando la scuola non basta più: la provocazione di Erika Di Martino che mette in crisi il nostro modo di educare
“L’Italia senza la Sicilia non lascia immagine allo spirito… qui è la chiave di tutto.”
Con queste parole di Johann Wolfgang von Goethe si apre uno degli interventi più lucidi e disarmanti di TEDxGiarre 2026. Una frase elegante, limpida, capace di evocare immagini e significati profondi. Eppure oggi, in Italia, un adulto su tre riuscirebbe a leggerla senza davvero comprenderla.
Non si tratta di ignoranza nel senso tradizionale del termine. Si tratta di qualcosa di più sottile e, forse, più inquietante: la difficoltà di costruire senso, di collegare, di interpretare. È il cosiddetto analfabetismo funzionale. Ed è da qui che Erika Di Martino sceglie di partire, ribaltando la domanda più comune sull’educazione. Non più cosa insegniamo, ma quale tipo di educazione rende possibile comprendere davvero il mondo.
Per rispondere, non presenta teorie astratte né modelli ideologici. Racconta una scena. Un bambino piange in un angolo della classe, sopraffatto dal distacco. Suo figlio si alza, si avvicina, lo abbraccia. Un gesto semplice, istintivo, profondamente umano. L’insegnante interviene e lo richiama al suo posto. Non c’è durezza in quel gesto, né cattiva intenzione. C’è un sistema che funziona secondo regole precise, tempi stretti, responsabilità complesse.
Eppure qualcosa, in quell’istante, si interrompe.
Non è la disciplina a essere messa in discussione, né la professionalità degli insegnanti, che spesso lavorano in condizioni estremamente difficili. È il modello stesso che viene portato sotto la lente. Un modello che premia la capacità di stare seduti, di non disturbare, di adattarsi. Un modello che, senza dichiararlo apertamente, inizia chiedendo ai bambini di non ascoltarsi.
Da qui emerge una riflessione che tocca corde profonde anche fuori dall’aula scolastica. Quante volte, come adulti, confondiamo la tranquillità con il successo? Quante volte chiediamo ai più giovani di adattarsi per il loro bene, senza chiederci se ciò che funziona per molti sia davvero giusto per tutti? La provocazione non riguarda soltanto la scuola, ma il nostro intero modo di pensare la crescita.
Nel percorso personale e professionale di Erika Di Martino, questa domanda diventa una scelta. Madre di cinque figli che non hanno mai frequentato la scuola tradizionale, ricercatrice e presidente della Fondazione Libera Schola, osserva da anni cosa accade quando l’educazione incontra la complessità reale delle persone. Il punto non è scegliere un’alternativa per opposizione, ma riconoscere che la diversità non è un’eccezione da gestire, bensì la condizione di partenza.
Il fenomeno dell’istruzione parentale offre uno sguardo concreto su questa trasformazione. In Italia gli studenti coinvolti sono oltre sedicimila e il numero è cresciuto rapidamente negli ultimi anni. Negli Stati Uniti si parla di milioni di studenti al di fuori del sistema tradizionale. Non si tratta di una nicchia ideologica, bensì di un segnale che attraversa sistemi educativi diversi. Sempre più famiglie si trovano a confrontarsi con limiti strutturali che rendono difficile accogliere tempi, bisogni e modalità di apprendimento non standardizzabili.
Il contesto contemporaneo rende questa riflessione ancora più urgente. L’intelligenza artificiale ha cambiato radicalmente il rapporto tra conoscenza e apprendimento. Oggi l’accesso alle informazioni non rappresenta più il vero problema. La capacità di orientarsi, collegare e interpretare diventa invece centrale. Per anni si è sostenuto che una vera personalizzazione dell’educazione fosse impossibile, frenata da limiti organizzativi e strutturali. Oggi questi limiti si stanno progressivamente dissolvendo.
In questo scenario, continuare a proporre a tutti lo stesso percorso nello stesso modo e nello stesso tempo non appare più come una necessità inevitabile. Assume piuttosto il volto di una scelta culturale. L’intelligenza artificiale non sostituisce l’insegnante, ma mette in crisi uno dei presupposti più radicati del sistema: l’idea che non esistano alternative praticabili.
I dati raccontano una realtà complessa e, per certi versi, contraddittoria. Da un lato l’abbandono scolastico è diminuito, segno di un sistema che riesce a trattenere sempre più studenti. Dall’altro emergono difficoltà profonde nella comprensione e nella partecipazione attiva alla vita sociale ed economica. Sempre più giovani si trovano in una zona sospesa, fuori dal lavoro e dall’istruzione. Restare all’interno del sistema non coincide automaticamente con la capacità di stare nel mondo.
È qui che la metafora iniziale torna con una forza rinnovata. La Sicilia, scriveva Goethe, è la chiave di tutto. Una chiave non semplifica, non riduce la complessità. Permette di aprirla. Il problema non è avere una chiave, ma pretendere che una sola chiave possa aprire tutte le porte. Se il sistema educativo rimane troppo stretto, inevitabilmente qualcosa di vivo resta fuori.
La riflessione proposta da Erika Di Martino non si configura come un attacco alla scuola tradizionale, né come un invito a sostituirla. Si tratta piuttosto di un cambio di prospettiva. Educare non significa adattare le persone a un modello predefinito, ma costruire spazi capaci di accogliere la complessità umana. Significa riconoscere che l’apprendimento non è lineare, che ogni percorso ha tempi e forme proprie, che la diversità non è un problema da risolvere ma una realtà da comprendere.
A questo punto la domanda non riguarda più soltanto il sistema educativo. Riguarda ciascuno di noi. Siamo davvero pronti a immaginare un’educazione che non chieda alle persone di entrare in uno schema, ma che sappia espandersi per contenerle?
In un mondo in cui le risposte sono sempre più accessibili, la vera sfida potrebbe non essere accumulare conoscenze, ma sviluppare la capacità di attribuire senso, di scegliere, di restare profondamente umani.










