DICHIARAZIONE DELLA FONDAZIONE LIBERA SCHOLA “FAMIGLIA NEL BOSCO”

Quando la tutela dei minori rischia di trasformarsi in una catena di separazioni.
Dichiarazione di Erika Di Martino, Presidente della Fondazione Libera Schola


“Quando si parla di bambini dovremmo avere il coraggio di fermarci e chiederci se le decisioni che stiamo prendendo stanno davvero proteggendo il loro equilibrio emotivo. In queste ore assistiamo con grande preoccupazione alla prospettiva che tre bambini, già separati dal padre da diversi mesi, possano essere separati anche dalla madre.

Se il problema era la socializzazione, è difficile comprendere come la risposta possa diventare una nuova separazione familiare. Il principio che dovrebbe guidarci è semplice: la stabilità affettiva è la prima forma di tutela per un bambino.”

La Fondazione Libera Schola segue da mesi con grande attenzione e senso di responsabilità la vicenda della famiglia Trevaillon. In questo periodo la Fondazione ha accompagnato la famiglia offrendo supporto umano e mantenendo un dialogo costante con i professionisti legali coinvolti nel caso, nel rispetto dei ruoli istituzionali e delle decisioni delle autorità competenti.

Per questo motivo osserviamo con profonda preoccupazione le notizie emerse nelle ultime ore. Secondo quanto riportato da numerose fonti di stampa, i tre minori — già separati dal padre da diversi mesi — verrebbero trasferiti dalla struttura che li ospita e separati anche dalla madre, Catherine Birmingham. La stessa Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza ha espresso forte allarme, sottolineando il rischio di infliggere ai bambini un ulteriore trauma e chiedendo la sospensione del provvedimento per consentire ulteriori approfondimenti medici indipendenti.

Proprio nelle settimane scorse una valutazione indipendente della ASL aveva evidenziato lo stato di disagio dei minori e indicato come necessario favorire la continuità dei legami familiari per ridurre la sofferenza psicologica. Tuttavia, secondo le informazioni emerse, si starebbe ora procedendo nella direzione opposta: una nuova separazione familiare dopo mesi di distacco dal padre.

Quando si parla di bambini, esiste un principio che dovrebbe guidare ogni decisione:
la stabilità affettiva è la prima forma di tutela.

In questi mesi il dibattito pubblico attorno alla vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco” ha spesso sollevato il tema della socializzazione dei bambini, sostenendo che l’allontanamento dalla famiglia fosse necessario per garantire loro una maggiore integrazione sociale.
Oggi però emerge un paradosso che non può essere ignorato.
Per mesi si è sostenuto che il problema fosse la socializzazione. Oggi quegli stessi bambini rischiano di essere separati da entrambi i genitori e trasferiti da una struttura all’altra.

È legittimo chiedersi se una sequenza di separazioni e spostamenti possa davvero rappresentare la risposta più adeguata per proteggere il loro equilibrio emotivo.

La
Fondazione Libera Schola  non entra nel merito delle decisioni giudiziarie, che spettano esclusivamente alle autorità competenti. Tuttavia, come realtà che da anni lavora con migliaia di famiglie in istruzione parentale, sentiamo il dovere di richiamare alcuni principi fondamentali del nostro ordinamento.

L
a Costituzione della Repubblica Italiana riconosce la famiglia come società naturale fondata sui legami affettivi e sulla responsabilità dei genitori. L’articolo 30 stabilisce con chiarezza che è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli.

Questo principio rappresenta uno dei pilastri della nostra democrazia: la responsabilità educativa nasce prima di tutto nella famiglia.

È su questo fondamento costituzionale che si inserisce anche l’istruzione parentale, una scelta educativa pienamente legittima nel nostro ordinamento e praticata ogni anno da migliaia di famiglie in modo responsabile e collaborativo con le istituzioni scolastiche.

Per questo motivo riteniamo fondamentale che casi complessi e delicati non vengano trasformati in narrazioni semplificate che rischiano di generare confusione nell’opinione pubblica e di mettere in discussione diritti fondamentali riconosciuti dalla legge. Confondere un caso specifico con la libertà educativa delle famiglie non aiuta il dibattito pubblico e non tutela i bambini coinvolti.

Quando lo Stato interviene nella vita di una famiglia, esercita uno dei poteri più delicati che una democrazia possieda. Si tratta di decisioni che incidono sulla vita emotiva, relazionale e psicologica di minori che spesso non hanno voce nel dibattito pubblico. Proprio per questo tali decisioni devono sempre essere guidate da prudenza, proporzionalità e attenzione alle conseguenze umane delle scelte compiute. Il superiore interesse del minore non è uno slogan. È un principio giuridico e morale che deve tradursi in decisioni capaci di proteggere i bambini da ulteriori traumi e discontinuità affettive.


Alla luce delle preoccupazioni espresse dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, la Fondazione Libera Schola auspica che ogni decisione futura venga valutata con la massima attenzione scientifica e umana, mettendo realmente al centro il benessere psicologico dei minori. Perché quando si interviene nella vita dei bambini non basta agire nel nome della loro tutela. È necessario dimostrare, nei fatti, che ogni scelta compiuta va realmente nella direzione della loro protezione.

La storia delle società democratiche ci insegna che la famiglia rappresenta il primo luogo di crescita, di identità e di sicurezza emotiva per un bambino. Per questo motivo ogni intervento che incide su questo equilibrio deve essere valutato con la massima responsabilità. In una società libera e costituzionale, la tutela dei minori e il rispetto della famiglia non sono principi in conflitto. Devono camminare insieme.

Quando si parla di bambini, il primo diritto che dobbiamo ricordare è semplice e universale: il diritto di crescere nella propria famiglia.

Milano, 6 marzo 2026

Erika Di Martino
Presidente
Fondazione Libera Schola ETS



4 aprile 2026
Da qui emerge una riflessione che tocca corde profonde anche fuori dall’aula scolastica. Quante volte, come adulti, confondiamo la tranquillità con il successo? Quante volte chiediamo ai più giovani di adattarsi per il loro bene, senza chiederci se ciò che funziona per molti sia davvero giusto per tutti? La provocazione non riguarda soltanto la scuola, ma il nostro intero modo di pensare la crescita. Nel percorso personale e professionale di Erika Di Martino, questa domanda diventa una scelta. Madre di cinque figli che non hanno mai frequentato la scuola tradizionale, ricercatrice e presidente della Fondazione Libera Schola, osserva da anni cosa accade quando l’educazione incontra la complessità reale delle persone. Il punto non è scegliere un’alternativa per opposizione, ma riconoscere che la diversità non è un’eccezione da gestire, bensì la condizione di partenza. Il fenomeno dell’istruzione parentale offre uno sguardo concreto su questa trasformazione. In Italia gli studenti coinvolti sono oltre sedicimila e il numero è cresciuto rapidamente negli ultimi anni. Negli Stati Uniti si parla di milioni di studenti al di fuori del sistema tradizionale. Non si tratta di una nicchia ideologica, bensì di un segnale che attraversa sistemi educativi diversi. Sempre più famiglie si trovano a confrontarsi con limiti strutturali che rendono difficile accogliere tempi, bisogni e modalità di apprendimento non standardizzabili. Il contesto contemporaneo rende questa riflessione ancora più urgente. L’intelligenza artificiale ha cambiato radicalmente il rapporto tra conoscenza e apprendimento. Oggi l’accesso alle informazioni non rappresenta più il vero problema. La capacità di orientarsi, collegare e interpretare diventa invece centrale. Per anni si è sostenuto che una vera personalizzazione dell’educazione fosse impossibile, frenata da limiti organizzativi e strutturali. Oggi questi limiti si stanno progressivamente dissolvendo. In questo scenario, continuare a proporre a tutti lo stesso percorso nello stesso modo e nello stesso tempo non appare più come una necessità inevitabile. Assume piuttosto il volto di una scelta culturale. L’intelligenza artificiale non sostituisce l’insegnante, ma mette in crisi uno dei presupposti più radicati del sistema: l’idea che non esistano alternative praticabili. I dati raccontano una realtà complessa e, per certi versi, contraddittoria. Da un lato l’abbandono scolastico è diminuito, segno di un sistema che riesce a trattenere sempre più studenti. Dall’altro emergono difficoltà profonde nella comprensione e nella partecipazione attiva alla vita sociale ed economica. Sempre più giovani si trovano in una zona sospesa, fuori dal lavoro e dall’istruzione. Restare all’interno del sistema non coincide automaticamente con la capacità di stare nel mondo. È qui che la metafora iniziale torna con una forza rinnovata. La Sicilia, scriveva Goethe, è la chiave di tutto. Una chiave non semplifica, non riduce la complessità. Permette di aprirla. Il problema non è avere una chiave, ma pretendere che una sola chiave possa aprire tutte le porte. Se il sistema educativo rimane troppo stretto, inevitabilmente qualcosa di vivo resta fuori. La riflessione proposta da Erika Di Martino non si configura come un attacco alla scuola tradizionale, né come un invito a sostituirla. Si tratta piuttosto di un cambio di prospettiva. Educare non significa adattare le persone a un modello predefinito, ma costruire spazi capaci di accogliere la complessità umana. Significa riconoscere che l’apprendimento non è lineare, che ogni percorso ha tempi e forme proprie, che la diversità non è un problema da risolvere ma una realtà da comprendere.  A questo punto la domanda non riguarda più soltanto il sistema educativo. Riguarda ciascuno di noi. Siamo davvero pronti a immaginare un’educazione che non chieda alle persone di entrare in uno schema, ma che sappia espandersi per contenerle? In un mondo in cui le risposte sono sempre più accessibili, la vera sfida potrebbe non essere accumulare conoscenze, ma sviluppare la capacità di attribuire senso, di scegliere, di restare profondamente umani.
Autore: Matteo Curto 31 marzo 2026
A TEDxGiarre 2026, Thomas Curto ha offerto una testimonianza potente e provocatoria, mettendo in discussione uno dei principi più radicati del nostro sistema educativo: la necessità di frequentare la scuola per avere successo. La sua storia, infatti, non è solo quella di un giovane che ha intrapreso un percorso accademico straordinario presso il Politecnico di Milano, ma è anche la testimonianza di un approccio educativo radicalmente diverso, che ha trovato nelle mura di casa la sua palestra per l'apprendimento. Curto ha vissuto l’istruzione fuori dai confini tradizionali, sperimentando l'educazione parentale (homeschooling), un modello che oggi sta guadagnando sempre più spazio come valida alternativa alla scuola tradizionale.